Pinacoteca di Brera-

Sito della Pinacoteca di Brera-Sala I




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Sala I

sala I

Gli otto dipinti di Donato Bramante, entrati nella Pinacoteca di Brera fra il 1901 e il 1902, provengono dalla casa acquistata nel 1486 dal poeta cortigiano e consigliere ducale Gaspare Visconti nell'attuale via Lanzone a Milano, poi passato alla famiglia Panigarola. La presenza di Bramante nell'abitazione del Visconti in qualità di testimone in un atto rogato nel 1487 e i precoci riflessi del ciclo sulla pittura milanese del tempo fanno pensare che esso sia stato eseguito in tempi brevi, all'incirca negli anni 1487-88. Si può risalire all'aspetto originario e al significato iconografico dell'intervento di Bramante da diverse fonti. Un inventario redatto nel 1500 dopo la morte di Gaspare descrive una "camera di baroni" fra una "camera de la scola" e una "de li arbori". Il senso della decorazione, legato alle frequentazioni del committente, è chiarito da un passo del Trattato dell'arte della pittura, scultura ed architettura di Giovanni Paolo Lomazzo (1584), che fornisce i nomi di alcuni personaggi dipinti nelle vesti di "baroni": Pietro Sola detto Strenuus, maestro d'arme di Ludovico il Moro, il pittore e schermidore Beltramo Gariboldi e il non altrimenti noto Giorgio Moro "da Ficino". Dallo stesso Lomazzo si apprende della collocazione sopra una porta delle figure di Eraclito e Democrito, la prima piangente e la secondo che ride, citate come esempi di rappresentazione dei moti mentali. La provenienza del frammento raffigurante i due filosofi antichi da un ambiente diverso da quella degli Uomini d'arme, presumibilmente da quella "de la scola", è confermata oltre che dalla diversa scala dimensionale, da Venanzio De Pagave, che alla fine del XVIII secolo, nel manoscritto del Dialogo fra un forestiero ed un pittore che si incontrano nella basilica di San Francesco Grande in Milano (Milano, biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco), specifica che Eraclito e Democrito si trovavano in un'altra stanza. Lo stesso autore tramanda il ricordo dell'architettura dipinta con "Aguglie, vasi e piedestalli" che incorniciava le gigantesche figure dei "baroni" e che, già consunta dal tempo, all'epoca in cui scriveva era stata scialbata e danneggiata dall'apertura di finestre. Gli affreschi di Bernardino Luini provenienti dalla villa Pelucca nei pressi di Monza, ora inglobata nel comune di Sesto San Giovanni e trasformata in casa di riposo, entrarono a Brera negli anni 1821 e '22, quando l'edificio, residenza durante il periodo napolenico del viceré Eugenio di Behaurnais, e passato nel 1816 al demanio del regno Lombardo-Veneto, stava per essere venduto a privati. L'allestimento attuale li ripresenta quasi al completo, dopo una lunga permanenza nei depositi. La campagna di stacchi fu effettuata da Stefano Barezzi, che li trasportò su tavole di legno, secondo un metodo diffuso fra la fine del XVIII e il XIX secolo causa delle numerose fessure che ora attraversano i dipinti.. Non tutti i frammenti entrarono nella Pinacoteca di Brera: alcuni, infatti, ricomparvero in altri musei e in collezioni private Il restauro, compiuto da Pinin Brambilla Barcilon e diretto da Maria Teresa Binaghi Olivari, ha mantenuto i supporti lignei in quanto testimonianza storica di quella tecnica di estrazione dei dipinti murali. Committente della decorazione della Pelucca era il nobile milanese Gerolamo Rabia, che aveva ereditato la tenuta dal padre Luigi nel 1506 e per il quale Luini lavorò anche nel palazzo milanese costruito da Cristoforo Solari presso la chiesa di San Sepolcro, dei cui cicli mitologici sono sopravvissuti le storie di Europa della Gemäldegalerie di Berlino, le storie di Cefalo e Procri della National Gallery di Washington e alcuni frammenti conservati presso i Musei Civici del Castello Sforzesco, la Pinacoteca Ambrosiana e il Louvre. Di Gerolamo Rabia, la cui passione per l'antico si riflette nei programmi per la decorazione delle sue residenze. Le fonti tramandano il ricordo di un letterato appassionato di architettura e in rapporti molto amichevoli con i Francesi, che governarono lo stato di Milano fra il 1499 e il 1512 e fra il 1515 e il 1521. Gli affreschi furono prelevati da quattro diversi ambienti della Pelucca; il criterio arbitrario seguito nella scelta, con l'eliminazione di vaste porzioni delle scene e delle architetture dipinte che presumibilmente le incorniciavano, ne ha alterato la leggibilità e ha compromesso la possibilità di individuare il significato iconografico di alcuni di essi. Nella sala più grande il camino era decorato con la scena della Fucina di Vulcano e le pareti ospitavano le storie dell'Esodo. Nella stanza adiacente si trovavano il sopracamino con il Sacrificio a Pan , il busto di fanciulla e due scene mitologiche di controversa identificazione. In un ambiente più piccolo adiacente si trovavano il bagno delle fanciulle, la scena nel cui sfondo è rappresentata la Nascita di Adone, il cosiddetto Gioco della mano calda, il frammento con una coppia di giovani e le lunette con putti vendemmianti che ornavano la volta. Infine dalla cappella, tuttora esistente, provengono la Santa Caterina trasportata in cielo dagli angeli, qui esposta, e altri frammenti che completavano la composizione: l'Eterno benedicente e un angelo adorante conservati nei depositi della Pinacoteca di Brera e il pendant di quest'ultimo in collezione privata.




Le altre opere esposte


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