Sala VI
Liberale da Verona
San Sebastiano
Martini da Udine
Giovanni Sant'Orsola fra le Vergini
Vittore Carpaccio
Presentazione della Vergine al Tempio
Vittore
Carpaccio
Sposalizio della Vergine
Andrea Previtali
Trasfigurazione
Giovanni
Bellini
Madonna col Bambino
Giovanni
Bellini
Pieta'
Andrea
Mantegna
Madonna col Bambino e un coro di cherubini
Andrea Mantegna
Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti
Giovanni Bellini
Madonna col Bambino
Le opere di Mantegna e Bellini riunite fianco a fianco in questa sala sono da annoverare tra i vertici qualitativi della Pinacoteca e tra i dipinti più noti al pubblico. Attorno a essi si so no radunate opere che testimoniano peculiarità della pittura lagunare a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Si è accennato in precedenza allo spostarsi del baricentro politico veneziano dal mare verso la terraferma, fatto che implicò anche la lenta apertura della città alle culture figurative presenti in quei territori, in particolare a quella padovana che qui vediamo rappresentata dal suo esponente più celebre, Andrea Mantegna, figura chiave nel panorama pittorico italiano fino all'inizio del Cinquecento. Formatosi appunto a Padova presso la bottega dello Squarcione, dove coltivò il gusto per la cultura antiquaria e la passione per il rigore prospettico, fu pittore di corte presso i Gonzaga a Mantova e punto di riferimento ineludibile per gli artisti dell'Italia settentrionale. Fondamentale fu il suo ruolo anche nell'evoluzione della pittura veneziana attraverso l'influenza esercitata sul cognato Giovanni Bellini, il quale tuttavia, come testimoniano eloquentemente le opere qui esposte, si svincolò presto dalle rigidezze disegnative e dal mondo severo di Mantegna per giungere a una più profonda raffigurazione dei sentimenti e a una naturale e commossa resa tanto delle figure umana come del paesaggio, valendosi delle potenzialità sia espressive sia costruttive del colore e della luce. In questo per Bellini fu importante l'esempio dei fiamminghi, assai apprezzati a Venezia, e di Antonello da Messina, messinese appunto, nutrito di cultura fiamminga, che però aveva unito a una conoscenza profonda dell'opera di Piero della Francesca: insieme impressero una svolta irreversibile alle vicende pittoriche di Venezia (l, 2, 6, 1, 8, 9, l0). Le opere esposte documentano inoltre la precoce adozione della pittura a olio, favorita ancora una volta dalla familiarità con le opere dei pittori fiamminghi (i primi a utilizzare sistematicamente tale tecnica), che consentiva con velature brillanti e trasparenti di raggiungere straordinari effetti di morbidezza atmosferica. Inoltre i dipinti di Carpaccio (3, 4, 5) testimoniano la diffusione, legata alla committenza specificamente veneziana delle Scuole (confraternite laiche con scopi almeno inizialmente devozionali, dotate di proprie sedi, spesso monumentali) dei teleri, destinati a decorare gli ambienti di riunione o di preghiera con sequenze di immagini. Si tratta di composizioni narrative, ricche di dettagli, dove spesso l'episodio sacro vero e proprio diviene pretesto per accurate vedute urbane dal vero o puntuali ritratti dei confratelli disseminati tra gli astanti. (E.D)
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